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日志


5月21日

All stars


e uno e due tre e quattro e uno e due e tre e quattro.... esercizio, ripetere, perfezionare. erano diventate un'ossessione. tic tic tic. il metronomo non perdona, il metronomo non sbaglia. le dita invece si, le dita sbagliano, il cervello pensa e quando pensa ritarda i movimenti. eppure l'aveva voluto lui, i suoi genitori da piccolo avrebbero preferito la chitarra, uno strumento più popolare: " la chitarra fa figo, chi credi che ti vorrà sentire suonare l'oboe? e poi non pensi alle ragazze?, chi credi di riuscire a rimorchiare con l'oboe?"...
Cazzo ma proprio io dovevo avere un padre moderno? – pensava - e tutti quei bastardi che si lamentano.
Eppure ce l'aveva fatta, volontà – diceva - è solo questione di volontà, volontà e tempo. E poi finalmente il primo oboe, a 19 anni. e poi il primo maestro e gli esercizi per le articolazioni e il fiato, i fallimenti, le prime note.
tasti e fiato, dita e cervello, e poi l'anima. 21 grammi d'anima come nel film. 21 grammi d'anima. 21 grammi che si perdono nel momento in cui il cuore smette di battere. 21 grammi che se ne stavano andando.
Ma ce l'aveva fatta.
farcela in qualcosa è un istante. L'instante in cui capisci che anni di dedizione e cura hanno pagato. Un solo istante. il nirvana. il momento in cui ti scappa da dire "adesso posso morire". Ah ah. Ironia del destino. di solito non appoggiava mai l'oboe sul pavimento, troppo brutto quel pavimento per poggiarci il suo strumento. eppure quella volta lo lasciò lì dritto poggiato per terra, lucido e imponente, spavaldo nella sua bellezza a contrasto con quell'orribile e sporco pavimento.
Ironia del destino.
adesso ci starebbe bene un sorriso accennato, roba da labbra lievemente in su sulla destra, e non capiva se stava sorridendo veramente o era la sua percezione, il suo cervello che cercava di inviare impulsi ai muscoli di un viso che non rispondeva, schiacciati dal peso della testa sul pavimento. Peccato, ci sarebbe stato veramente bene un sorriso accennato.
Peccato, come tutto il dolore nelle poche persone che gli volevano bene. Scusate – pensò - neanche un biglietto. e pensò alla visone della prima persona che l'avrebbe trovato la. Piastrelle orribili tra l'altro, pessimo pavimento su cui morire. fortunatamente il sangue si stava impossessando, centimetro dopo centimetro, di quel pavimento orrendo, lo sentiva riscaldarsi, e vedeva che stava cambiando colore. Che culo! e già, già il culo, come quello della sua pseudo ragazza, sua solo per lui, chissà se e quanto soffrirà. Sì, soffrirà, gli piace pensare che soffrirà, almeno quanto aveva sofferto lui, dietro a quelle bugie, storie inventate per coprire tradimenti futili, per soddisfare il piacere, il suo. eppure ne è valsa la pena, sofferenza per quel culo, ma ne è valsa la pena. Sì soffrirà, è la mia morte – pensò - e mi piace pensare che soffrirà.
Un ultimo sorriso , bello e beffardo per le parole di sua madre, dette e ridette centinaia di volte, e il sipario si chiude nella stanza, tra il suo disordine d'artista. L'oboe che gli attraversa il polmone destro e spunta dalla camicia nera, ormai lucida per il sangue che inizia a coagularsi. le converse nere e i lacci bianchi, slacciati, come sempre."Allacciati le scarpe Giacomo o un giorno di questi inciamperai!"